Il capitalismo causa povertà

Non è possibile separare le scelte politiche. Che siano esse l’esito di un dibattito squisitamente locale o che siano il risultato di una decisione assunta nelle istituzioni parlamentari, un ragionamento condotto sul filo della distanza geografica, o fosse anche di tipo culturale, non convince affatto.

Questo vale soprattutto nel campo della politica economica, quella che dice maggiormente che tipo di indirizzo politico (inteso come l’organizzazione dei rapporti tra governanti e governati) sussista in una democrazia. Infatti, è illusorio credere che esista una decisione politica isolata, o addirittura neutrale, prive di una base ideologica.

Tre esempi internazionali: Nestlé, Grecia e Gaza

Facciamo tre esempi tratti dall’attualità internazionale.

Il primo. La multinazionale svizzera Nestlé ha deciso di tagliare sedicimila posti di lavoro nel suo comparto amministrativo. Dicono per esigenze di risparmio, circa tre miliardi di franchi svizzeri. Dicono per razionalizzare le risorse umane.

Non dicono, però, che il piano di licenziamenti è lo strumento principale per fare più profitti in fretta. Meno paghi e meno distribuisci in quote utili per aumentare il salario, più incassi.

Il secondo. Il Parlamento greco, in mano al partito di destra Nea Dimokratia, ha approvato una riforma del lavoro del comparto privato consistente nell’estensione della giornata di lavoro fino a tredici ore per non più di trentasette giorni all’anno.

Questa legge, così dicono, nasce per aiutare la classe lavoratrice in affanno con i magri stipendi garantiti dalla conquista delle otto ore lavorative. Il governo rassicura che questa opzione sarà attivata sulla base di una richiesta volontaria, ma è piuttosto vero il contrario: il ricatto e la schiavitù non sono più degli spettri.

Infine, Gaza. Mentre si continua a sparare, si pensa già alla ricostruzione della Striscia. Gli investitori, che hanno tifato per le politiche di sterminio israeliane, chiedono di impiantare i propri capitali da trasformare in servizi e in infrastrutture. Non di certo per i Palestinesi.

L’Italia ha trovato chi garantirà i suoi interessi economici: l’ambasciatore Bruno Archi di Forza Italia, che ha superato la candidatura del «democratico» Marco Minniti.

Un’unica logica economica: quella del profitto

Tre fatti lontani per le coordinate geografiche, ma vicini per la visione economica complessiva. Tre fatti che dimostrano, con chiarezza brutale, la natura attuale del capitalismo.

Uccide silenziosamente con la deprivazione materiale. Sottrae gli investimenti sul salario, avendo capito che, più che produrre merci e servizi, i guadagni maggiori provengono dall’eliminazione del lavoro.

Non si ferma davanti ad alcuno ostacolo, umano e naturale. Il genocidio – la sua immagine più vivida – o chi decide di farla finita, perché non riesce a pagare gli affitti e le bollette e non vuole scontare un ulteriore abuso della propria dignità – quelle, invece, che non fanno più scalpore – non sono fenomeni sganciati.

Questo è, infatti, il capitalismo: un sistema che cannibalizza sé stesso. Perciò, volendo analizzare il panorama nazionale, dissociare gli squilibri sociali dell’Italia dagli effetti violenti del capitalismo è un gravissimo errore politico.

Soprattutto se ciò si verifica nel centrosinistra, riluttante perfino a pronunciare il suo nome.

La povertà in Italia non è un’emergenza, ma una struttura

Alcuni dati sono significativi per capire che non esistono decisioni neutrali in campo economico anche nel nostro Paese. Per esempio, l’indice di povertà assoluta che identifica i nuclei familiari privi di quel potere d’acquisto per comprare beni e servizi essenziali e utili a condurre una vita dignitosa.

Secondo l’ultimo documento di Alleanza contro la Povertà, 5,7 milioni di persone in Italia sono povere. Le fasce più colpite sono:

  • le famiglie numerose
  • le famiglie monogenitoriali
  • i minori
  • i working poor, cioè quelle persone che sono povere pur avendo un’occupazione.

La forbice di povertà aumenta se i componenti dei nuclei sono stranieri e se si svolgono mansioni nei settori dell’edilizia, dell’agricoltura e della logistica, proprio dove si accumulano le contraddizioni del capitalismo: sottrazione dei profitti a danno dei lavoratori, paghe miserabili e ricatti padronali.

E tutto ciò accade al netto dell’inflazione mondiale, una silenziosa estrazione di ricchezza dal basso verso l’alto. Quindi, non regge più lo slogan politico, continuamente ruminato dal governo e anche da larghe sezioni del centrosinistra, che la povertà sia un’emergenza.

La miseria materiale è, invece, un fenomeno strutturale e volutamente alimentato da misure caritatevoli e tecnocratiche che non metteranno mai in discussione la sua radice politica ed economica.

Come sosteneva Marx, i poveri non sono degli sfortunati esclusi, ma parte integrante della classe lavoratrice, quell’esercito di riserva in grado di mantenere bassi i salari e sotto ricatto chi non lavora.

Dunque, la povertà è chiaramente una struttura che alimenta indefinitamente il capitale con un apparato di intervento duplice: attraverso lo Stato, che rappresenta il fortino della classe dominante che perpetua i rapporti di classe e poi, attraverso la violenza, incanalata in un sistema capillare di convivenze criminali, dal clientelismo alle organizzazioni mafiose.

Contro la narrazione dell’emergenza

Dunque, la resistenza a pronunciare la parola «capitalismo» non è solo una questione di parole: è un segnale di resa ideologica. Si accetta che il mercato gestisca la vita sociale, che la povertà sia una sorta di destino ineluttabile, e che lo sfruttamento sia qualcosa di inevitabile.

Ma le decisioni economiche non sono mai neutrali: ogni manovra, ogni taglio, ogni legge sul lavoro è un atto politico che riflette interessi materiali ben precisi. E quando non si mettono in discussione questi interessi, si finisce per legittimarli.

Per questo motivo, pensare che la povertà possa essere affrontata con misure temporanee, bonus o riforme sporadiche è un’idea profondamente ideologica: serve solo a placare il malcontento, senza affrontare le vere cause della miseria.

In effetti, finché ci sarà la proprietà privata dei mezzi di produzione e il lavoro sarà subordinato al profitto, la povertà continuerà a essere il motore del sistema capitalistico.

Immagine di copertina: Max Bohme- Unsplash


Leggi gli altri articoli

Scopri di più da SINISTRA ITALIANA CALTANISSETTA

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere