In dialogo per la pace

Minoru Harada, Presidente della Soka Gakkai, scrisse: “Nel modo di oggi la parola pace è spesso scissa dal suo significato originale ed è usata invece come pretesto per legittimare l’aggressione e la violenza.

Invece di permettere questa distorsione, dobbiamo impegnarci ancora di più per la pace formulando un voto esplicito di rinuncia alla guerra fondato sulla convinzione che nessuno su questo pianeta debba mai più subirne gli orrori.”

Leggendo i commenti sotto i post delle manifestazioni per il cessate il fuoco in Palestina, ho notato la dicotomia amico-nemico, senza vie di mezzo, senza possibilità di voler ascoltare l’altro anche solo per capirne le motivazioni.

Le parole usate sono offensive e disumanizzano l’altro. Come nel caso di Greta Thunberg, in alcuni commenti si palesava gioia per il trattamento ricevuto in Israele.

Ma l’umiliazione e la violenza sono sempre da condannare, o ci sono delle eccezioni? Ci sono ragioni per cui si può accettare, ed esultare, per calpestare la dignità di un essere umano?


Come possiamo aspirare alla pace se non riusciamo a far nostra l’idea di rispetto per ogni individuo come valore universale? Come si può parlare di pace, sei il nostro tono è aggressivo e sprezzante?


Come possiamo aprire un varco nella comunicazione, con chi la pensa diversamente da noi, se adottiamo un tono tagliente pieno di sarcasmo?

Ho tante domande e poche risposte.


So per certo, però, che io desidero la pace e la potrò propagare riconoscendo la sacralità della vita in ogni essere umano, riuscirò a vedere la preziosità della mia vita solo quando avrò mostrato il degno rispetto per ogni singola persona, attraverso i miei pensieri, le mie parole e i piccoli gesti di ogni giorno.

Immagine di copertina: Brett Wharton- Unsplash


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